Internet…. dei giocattoli

Ebbene sì, dopo l’internet delle persone e delle cose sta arrivando anche questa….. l’internet dei giocattoli.
Sì perché sempre più giochi sono connessi ad internet…. e qui nascono i problemi.
Essendo oggetti connessi ad internet possono essere utilizzati come fonti di attacco verso altri servizi internet o essere utilizzati dai produttori per raccogliere informazioni sulle famiglie degli utilizzatori oppure, ancora, essere vere e proprie spie nelle mani di malintenzionati.

La compagnia di giocattoli digitali Vtech con base ad Hong Kong è stata una delle prime ad essere colpita dall’ attacco di un hacker, che lo scorso anno è riuscito ad avere accesso alle informazioni personali come email, nomi, cognomi, foto, password, indirizzi di casa di quasi 5 milioni di genitori e di 200 mila bambini. Circa 190GB di foto sono state sottratte.

Ma non finisce qui: secondo alcuni reclami presentati presso la Federal Trade Commission degli USA e l’Unione Europea, alcuni giocattoli connessi ad internet lanciati da Genesis Toys e dal partner Nuance starebbero violando le leggi sulla privacy. Stando al reclamo, i giochi della Nuance registrerebbero le voci dei bambini per giocare con loro ma, contemporaneamente, tratterebbero informazioni anche senza il consenso dei genitori. Quelli della Genesis Toys, invece, potrebbero non aver bloccato l’accesso Bluetooth da parte dei dispositivi esterni ai giocattoli e questo permetterebbe a qualche utente smaliziato di connettersi ai giocattoli e di ascoltare tutte le conversazioni fatte in presenza del giocattolo.

Ma in un caso più recente, la bambola Cayla, sarebbe tacciata di essere “un apparato illegale di spionaggio”. La legge tedesca vieta di possedere, vendere o creare device che possono essere utilizzati per “spiare” se non possono essere chiaramente identificati come tali. Nel caso della bambola il problema risiede nel fatto che questa possa essere utilizzata per spiare il bambino ma abbia le sembianze di un giocattolo.

Ma la lista dei giocattoli connessi si allunga sempre di più.

Homebridge: controllare da HomeKit device non progettati per la smarthome di Apple

Homebridge is a lightweight NodeJS server you can run on your home network that emulates the iOS HomeKit API. It supports Plugins, which are community-contributed modules that provide a basic bridge from HomeKit to various 3rd-party APIs provided by manufacturers of “smart home” devices.

Hey questo non lo avevo visto…. se fa quello che dice è possibile controllare da HomeKit hardware non originariamente progettato per Apple. Scritto in nodeJS, supporta plugin che vengono sviluppati dalla comunità opensource. Vale la pena farci qualche prova.

https://github.com/nfarina/homebridge

BQ e la tecnologia a portata di tutti

Riteniamo che la conoscenza debba essere libera e che l’istruzione venga prima di tutto. Educhiamo alla tecnologia parlando in modo semplice e chiaro dei nostri prodotti

E’ una delle frasi che compare nella sezione “Chi Siamo” del sito della BQ (http://www.bq.com), azienda ch realizza smartphone, tablet, stampanti 3D e kit educativi per insegnare ai ragazzi la programmazione.

In Italia probabilmente l’azienda non è conosciutissima ma lo è decisamente in Spagna, paese di origine dell’azienda nel quale BQ è diventata il terzo produttore di smartphone.

BQ nasce nel 2010, quando un gruppo di 16 ingegneri decide di lanciarsi nel mondo dell’elettronica per progettare e produrre dispositivi: dopo 5 anni BQ conta più di 1.000 dipendenti. Una particolarità? Tutto viene prodotto sul territorio iberico e nulla viene prodotto in China.

Tablet, Smartphone, schede per Maker, tutto viene progettato da zero in Spagna.

Nel catalogo dell’azienda sono presenti kit per la costruzione di robot basati su schede compatibili con Arduino, fra i prossimi kit rilasciati ci sarà Zowi, un robot open source su piattaforma Arduino che può essere usato come base di partenza per imparare sia i fondamenti di elettronica sia la programmazione.

BQ ha realizzato un sistema a blocchi: nessuna riga di codice ma mattoncini da impilare nel browser per generare il programma finale.

Zowi sarà basato su una board compatibile Arduino, una una serie di sensori, di led, di pulsanti e di motori che potranno essere controllati da uno smartphone o da un programma caricato in memoria. Tutti i pezzi saranno intercambiabili, e tramite i progetti online sarà possibile anche stampare nuove teste.

Zowi  verrà messo in commercio a 99 euro inizialmente solo in Spagna e Portogallo: la localizzazione della piattaforma di sviluppo visuale in italiano richiede qualche mese.

L’internet delle cose…. è già qui (forse)

Internet of Things, o, in breve, IoT, è quell’insieme di tecnologie che portano intelligenza agli oggetti, facendo sì che questi comunichino con noi o con altri oggetti, offrendoci un nuovo livello di informazione dell’ambiente in cui si trovano. Qualche esempio? Piante che comunicano all’annaffiatoio quando è il momento di essere innaffiate, scarpe da ginnastica che trasmettono la velocità di corsa dell’atleta e il suo stato di affaticamento, frigoriferi che ci dicono quando gli alimenti che in essi contenuti stanno per scadere o stanno per finire.

Ma, in maniera un po’ diversa, anche monumenti e opere d’arte iniziano a raccontare sé stessi attraverso tag Rfid o Qr code, i quali applicati sui cartelli stradali, sui muri o a fianco dei poster permettono di accedere a contenuti ulterori, fruiti attraverso smartphone e altri dispositivi mobili.

Le origini dell’Internet of Things vengono attribuite a un ricercatore britannico del Mit (Massachussets Institute of Technology), Kevin Ashton, che nel 1999 coniò per primo il nome per descrivere un sistema dove una rete di sensori veniva connessa ad internet. A quella che era solo un’ipotesi, fece poi seguito una via sperimentale. Tra i primi progetti pilota, ricordiamo la piattaforma Cense (Central Nervous System for the Earth), nata nel novembre del 2009 negli HP Labs il cui obiettivo era creare un network di sensori mondiale capace di connettere oggetti e persone.
La ricerca e sviluppo di Ibm si è invece focalizzata su un progetto chiamato Smart Planet. Nelle quattro città campione su cui Ibm ha investito in ricerca e sviluppo sono state rilasciate soluzioni per la decongestione del traffico che hanno permesso di ridurre le emissioni di Co2, di abbattere i picchi di traffico e di favorire l’utilizzo del trasporto pubblico.

Per costruire un progetto di IoT spesso non è necessario installare una rete di sensori ad esso dedicata: in molti casi è sufficiente raccogliere i dati proveniente da sensori installati per altri scopi. Non esiste un vero e proprio standard di progetto ma i progetti che si basano su standard aperti sono quelli (a conti fatti) che progrediscono più velocemente.

Proviamo ad immaginare uno scenario di questo tipo: devo recarmi in una città che non conosco, ci devo andare un auto e il luogo che devo raggiungere è da qualche parte nel centro città dove, presumibilmente, c’è una zona a traffico limitato.
Arrivo, guidato dal navigatore. Con un’APP messa a disposizione della città trovo vedo la lista dei parcheggi che sono stati georeferenziati, posso scegliere quello più vicino a me. Grazie ai sensori che controllano se un posto è libero o occupato, i sensori sono stati installati per fare in modo che il segnale davanti al parcheggio mi dica se il parcheggio è libero o meno, l’APP mi dice quanti sono i posti disponibili nei vari parcheggi per evitare che mi diriga verso un parcheggio nel quale non c’è più posto.
Esco, devo prendere un mezzo di trasporto pubblico. L’APP mi dice quale linea dell’autobus devo prendere e dove si trova la fermata più vicina a me rispetto alla mia posizione. Grazie alle informazioni del GPS installato sull’autobus so quanto quell’autobus e distante da me e l’APP mi dice fra quanto tempo passerà. Eh sì, perché il backend dell’APP “sa” che quella è un’ora di punta e dai dati statistici “stima” quanto tempo l’autobus ci mette a spostarsi da un punto all’altro. Salgo sull’autobus e pago con il mio smartphone, sono fortunato in quella città è attivo questo tipo di pagamento dei mezzi pubblici. Sembra uno scenario fantascientifico ma non è così distate dalla realtà: sono tutte tecnologie presenti e che per buona parte si basano su reti di sensori già installate o facilmente installabili.