Federico Pedrocchi di Moebius a recentemente pubblicato l’estratto di un intervista fatta con Roberta Lapucci il cui tema principale è proprio questo: l’aspetto fotografico della pittura del Caravaggio.


E’ uno dei pittori più amati dal pubblico, amato anche da chi poco conosce l’arte pittorica ma sa comunque apprezzare i grandi artisti come Leonardo, Michelangelo e, appunto Caravaggio.
Il fatto che abbia un così vasto successo non significa che la sua arte sia pienamente compresa. Se poi anche gli addetti ai lavori sono ancora alla ricerca di lati oscuri del Caravaggio, allora è più che giustificato che il pubblico ignori questi particolari.
Roberta Lapucci, direttrice del Dipartimento di Restauro dell’Università americana Saci, a Firenze, e docente all’Università Statale della stessa città, sta studiando un aspetto molto particolare della pittura caravaggesca, pittura che ha, come dato evidente e caratteristico della sua espressività, la luce. Nei quadri di Caravaggio, infatti, c’è quasi sempre una ricerca di angoli di luce, di particolari che risplendono in un contesto più scuro. Da alcune prime analisi si è trovata una diffusa presenza, in molti quadri e in più punti degli stessi, di sostanze fluorescenti, e in particolare si tratta di sali di mercurio.
Fluorescenza per accentuare la luminosità? Questa sarebbe stata la tecnica di Caravaggio per ottenere i suoi eccezionali chiaroscuri? In realtà le cose paiono essere molto diverse. Ci sono molti elementi per sostenere che Caravaggio usasse, per dipingere, una camera oscura (vedi immagine in alto). E’ più corretto dire “anche il Caravaggio” usava una camera oscura, perché molti altri pittori a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, ricorsero a questa tecnica, che si basava su le conoscenze ottiche che proprio in quegli anni si stavano sviluppando. Di fatto si trattava di primi esperimenti di proiezione: la luce naturale illumina una figura esterna alla camera e trasmette una sua immagine attraverso un foro dell’involucro, passando all’interno dove è raccolta da lenti e riproiettata su una parete interna. Se su questa parete c’è una tela, ecco che il pittore ha un contorno di corpi e/o oggetti che può tracciare per poi passare alla stesura dei colori.
La tesi di Roberta Lapucci – e la ricerca per andare a verificarla si conta dia risultati entro il prossimo anno – è che Carvaggio, dovendo disegnare in una camera priva di luce, usasse spalmare sulla tela dei sali di mercurio, la cui fluorescenza poteva garantirgli di vedere dove tracciare i segni.

E’ possibile trovare l’audio dell’intervista qui

Via Moebius

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